In questa terza parte passeremo dal considerare i criteri in base
ai quali un film può essere definito, almeno da alcuni spettatori, come
un "bel" film, ad esaminare i meccanismi mentali che entrano in
gioco in questo processo di attribuzione di valore, cioè quali
operazioni compie uno spettatore per arrivare ad "amare" un film.
Il nostro punto di partenza è la constatazione che gli esseri umani
tendono per loro natura a chiedersi le cause di un fenomeno che
attira la loro attenzione. Di fronte ad alcune esperienze (ad esempio,
il vedere un'edera che si attorciglia attorno al tronco di un albero, o
il brusco cambiamento nel movimento del mare) non ci si chiede di norma
quale sia la ragione dietro ciò che vediamo (sappiamo che si tratta
della natura e delle sue leggi), anche se fenomeni più rari, che non
rientrano nell'esperienza quotidiana e di cui si ignorano le ragioni
precise (ad esempio, un'euzione vulcanica), possono stimolare la
curiosità più di altri, specialmente se non si possiedono le conoscenze
adeguate. Ma questa ricerca di causalità diventa molto più impellente
nelle interazioni sociali, quando cioè la comunicazione quotidiana, alla
base del nostro vivere in comunità, può porre problemi e stimolare
quindi una riflessione. Come esseri sociali siamo normalmente molto
sensibili, anche se in modo inconsapevole, agli atti comunicativi
in cui siamo coinvolti. I segnali che riceviamo dagli altri, attraverso
il linguaggio verbale (le parole) e attraverso il linguaggio non-verbale
(gesti, sguardi, sorrisi ...) vengono continuamente interpretati per
potere fornire le risposte più appropriate, ma se qualcosa non funziona,
per esempio se questi segnali sono ambigui o inaspettati, immediatamente
ci chiediamo che cosa abbia spinto il nostro interlocutore ad emettere
quel segnale - la ricerca della causa di questo episodio è
mossa dalla premessa, che diamo per scontata, che dietro ogni atto
comunicativo ci sia un'intenzione da parte del suo emittente. Se una
persona mi chiede l'ora davanti ad una parete dove è appeso un grosso
orologio, o se uno sconosciuto mi guarda fissamente negli occhi, la
percezione di questi atti comunicativi (verbali o non-verbali) fa
scattare dentro di me la necessità di capire che cosa li ha causati. In
altre parole, gli stimoli provenienti da altri vengono di norma
considerati intenzionali, cioè frutto di scelte consapevoli
da parte dei nostri interlocutori: posso allora ipotizzare, ad esempio,
che la persona che mi chiede l'ora non si fidi dell'orologio alla parete
o di quello che porta al polso, e che la persona che mi fissa lungamente
abbia riconosciuto in me qualcuno che le è familiare ...
2. Il film come stimolo intenzionale
Allo stesso modo, durante e dopo la visione di un film gli spettatori si
chiedono continuamente, anche se in modo in genere del tutto inconsapevole, che
cosa intenda dire chi ha realizzato il film (non solo il regista, ma
tutte le altre figure che partecipano a questa impresa collettiva, come
lo sceneggiatore, il direttore della fotografia, il montatore, l'autore
della colonna sonora, e così via) - e questo, in modo particolare, se
ciò che vediamo e sentiamo ci stupisce o ci lascia perplessi perchè è
insolito, ambiguo, incomprensibile o anche soltanto in contrasto con le
nostre aspettative. Attribuiamo cioè al film (o meglio, a chi lo ha
realizzato) un'intenzione precisa, che diventa tanto più saliente quanto
più non riusciamo a farcene subito un'idea precisa. Un'immagine, un
suono, un rumore o un motivo musicale possono così mobilitare la nostra
attenzione per cercare di interpretarne le cause sottostanti e
almeno ipotizzare quali scopi, convinzioni, atteggiamenti, motivazioni,
tratti di personalità, o, per usare un termine molto generale, stati
mentali abbiano indotto il cineasta (il regista o chi per esso) a
fare le scelte che ha fatto. In particolare di fronte a stimoli ambigui,
ci chiediamo che cosa il film vuole farci capire, sentire, giudicare ...
quali reazioni cognitive e affettive ci si aspetta che mettiamo in moto;
in questi casi, la nostra attenzione diventa più consapevole e in un
certo senso, ci "distanziamo" dal film per poter interpretare meglio lo
stimolo (che, ripetiamolo, percepiamo come intenzionale)
che ci viene offerto.
Certamente la nostra realtà quotidiana differisce da quella
cinematografica: un film, anche se pretende di essere realistico, cioè
di riflettere la realtà, è di fatto il frutto di una selezione ed
organizzazione di scene, personaggi, comportamenti ... di solito
accuratamente "manipolati" (nel senso positivo o almeno neutro di questo
termine), sulla base di convenzioni cinematografiche che
accettiamo in un film ma che non accetteremmo nella vita reale. Non solo
inquadrature, scene o sequenze ci trasportano continuamente nello spazio
e nel tempo, ma possono, contrariamente a quanto accade nelle esperienze
quotidiane, aggiungere a ciò che vediamo e sentiamo dimensioni
altre e alternative: una scena può diventare così allusiva,
ironica, simbolica ... Non c'è dubbio che le convenzioni
cinematografiche come il montaggio o i movimenti della macchina da presa
siano collegati con le capacità con cui affrontiamo e interpretiamo la
vita reale, ma al contempo esse trascendono la realtà quotidiana perchè
messe al servizio di una realtà alternativa, costruita intenzionalmente,
come quella di un film. Anche un singolo oggetto può assumere un
significato e una valenza che vanno oltre la sua semplice percezione
fisica: in Il cacciatore di aquiloni vediamo i due giovani
protagonisti (Amir, un agiato ragazzo afghano di Kabul, orfano di madre,
e il suo amico Hassan, figlio del povero servo della famiglia di Amir)
giocare a "cacciare" gli aquiloni, cioè cercare di tagliare il filo
dell'aquilone avversario - i due ragazzi sono talmente bravi da
diventare campioni di Kabul. La vista degli aquiloni attiva subito negli
spettatori possibili esperienze, ricordi, rimpianti (diversi
naturalmente a seconda del "bagaglio" che ciascuno spettatore porta con
sè), ma, inseriti in un contesto familiare, sociale, culturale così
distante dagli occhi occidentali, possiamo anche chiederci (anche
inconsapevolmente) quale sia il significato che nel film essi
assumeranno, che ruolo giocheranno, se faranno per esempio progredire la
storia o arricchire la descrizione dei personaggi o se, al contrario,
saranno trattati come semplici oggetti di scena - e le risposte che
formuleremo a queste domande determineranno anche il modo in cui questi
aquiloni vengono da noi percepiti e memorizzati (e dunque il ruolo che
svolgeranno nella nostra interpretazione del film). Allo stesso tempo,
il contesto dei due ragazzi, amici ma così diversi come estrazione
sociale, potrà anche farci percepire, nel corso del film, che gli
aquiloni possono diventare un simbolo di libertà e di affrancamento da
pesanti vincoli sociali e culturali.
Il cacciatore di aquiloni/The
kite runner (Marc Foster, USA 2007)
La percezione di ciò che vediamo e sentiamo provenire dallo schermo si
basa dunque sulle nostre capacità generali di interpretare le nostre
esperienze quotidiane, ma il film, tramite i dispositivi che gli sono
propri, ci induce a trascendere il semplice riconoscimento diretto di
oggetti, personaggi, situazioni, per porci ulteriori domande su ciò che
il film stesso intende comunicarci con l'introduzione e
l'organizzazione di questi elementi. Quando Hitchcock, in La donna
che visse due volte, ci mostra la donna (Kim Novak), che il
detective (James Stewart) sta pedinando, entrare in un museo e sedersi
davanti ad un quadro, restando poi a lungo a fissare il personaggio
raffigurato nel dipinto, dirige la nostra attenzione sui capelli della
donna (A) e poi subito dopo su quelli della donna del dipinto (B), che sono
acconciati nella stessa maniera. In tal modo l'acconciatura assume subito un
significato che trascende il mero dato fisico per suggerirci un legame
ben più intrigante tra queste due figure femminili. E gli spettatori più
attenti (o anche chi rivede il film due o più volte) si accorgeranno che
Hitchcock usa il motivo della "spirale" (presente nell'acconciatura)
come elemento ricorrente nel film, a partire dai titoli di testa (C), in cui
il detective subisce un incubo in cui sembra precipitare in un vortice
che lo inghiotte, fino alla scala a spirale della torre del monastero
(D) in
cui si svolgono due scene cruciali, e fino alle vertigini (da cui il
titolo originale, Vertigo) di cui il detective soffre.
A
B
C
D
La donna che visse due volte/Vertigo (Alfred Hitchcock, USA
1958)
Per fare un altro esempio, quando Eisenstein nel già citato La
corazza Potemkin intende farci comprendere le ragioni
dell'ammutinamento, utilizza il montaggio di scene tra i marinai, messe
in rapida successione con le immagini dei vermi che infestano la carne
destinata ai pasti (al minuto 05:39): questo montaggio non ha soltanto lo scopo di
informarci sull'igiene a bordo della nave, ma ci illumina in modo
drammatico sulle condizioni in cui sono tenuti i marinai e, più
ampiamente, sulla ribellione nei confronti di un sistema violento e
oppressivo. La contrapposizione delle scene è il
dispositivo che il regista utilizza per "far parlare" le immagini,
arricchendole di un significato simbolico che trascende la pura
rappresentazione degli oggetti. Ancora una volta, diamo un senso a ciò
che vediamo perchè, più o meno consapevolmente, ci chiediamo quali
intenzioni animavano il regista nelle sue scelte di contenuto e di
forma: entriamo nei suoi stati mentali per poter interpretare
ciò che vediamo. E, almeno entro certi limiti, condividiamo con lui/lei
la conoscenza delle convenzioni cinematografiche utilizzate nel
film: anche se è la prima volta che vediamo questa scena, e anche se non
siamo cinefili incalliti, capiamo che il montaggio serrato ci vuole dire
qualcosa - qualcosa che va al di là delle immagini stesse.
La corazzata Potëmkin/Бронено́сец «Потёмкин»
(Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, URSS 1925)
3. Attribuire intenzioni al regista: dal cinema classico al
cinema (post)moderno
Certamente i film variano moltissimo rispetto alla possibilità, per gli
spettatori, di attribuire delle intenzioni al regista. Ad esempio, i
film della "Hollywood classica" (grosso modo al suo apice tra gli anni
'40 e gli anni '60 del secolo scorso) erano congegnati in modo da offire
al pubblico una storia lineare e ben comprensibile, con personaggi
motivati da scelte ben precise e, di conseguenza, con una chiara catena
di cause/effetti che si traduceva in eventi logicamente collegati tra
loro, dal principio fino allo spesso inevitabile "finale felice"
(happy ending). Un film prodotto con questo tipo di dispositivi
risultava perciò facilmente comprensibile ed interpretabile, e tutte le
convenzioni cinematografiche assolvevano a questa funzione basilare. Ma
era altrettanto importante che i dispositivi (dalle inquadrature ai
movimenti della macchina da presa, dal montaggio alla colonna sonora, e
così via) rimanessero nascosti, per così dire, agli occhi degli
spettatori, in modo da dare l'illusione che il film "procedesse da sè" e
risultasse in una visione fluida, sempre chiaramente comprensibile. In
questo sistema produttivo il pubblico non sentiva la necessità (nè aveva
la possibilità) di porsi domande sulle intenzioni del regista, il quale,
come tutte le figure professionali coinvolte, risultava così
"invisibile". Naturalmente ciò non impediva ai registi stessi,
soprattutto a quelli con ambizioni "autoriali", di includere nei loro
film momenti e immagini che in qualche modo potevano stimolare gli
spettatori (magari non tutti) a soffermare la loro attenzione e
a chiedersi il significato di ciò che vedevano e sentivano: abbiamo appena
visto come registi "classici", seppure così diversi come Hitchcock ed
Eisenstein non rinunciassero a "lasciare la loro impronta" tramite
immagini sofisticate, dai significati plurimi e a volte anche molto
complessi.
Con l'avvento del cinema "moderno", coincidente con la cosiddetta "New
Hollywood" e con le "nuove onde" (nouvelle vagues) di tante
nuove cinematografie nazionali, il modello classico fu rapidamente messo
in crisi: di fronte a mutati scenari sociali e culturali, il nuovo
cinema rispondeva con un rinnovamento non solo dei contenuti ma anche
delle forme - con i registi spesso ora più inclini a "svelare" i
meccanismi così nascosti ed impliciti del cinema classico, assumendo nel
contempo più radicalmente il ruolo di "autori". In tal modo, anche gli
spettatori venivano incoraggiati ad assumere un atteggiamento più attivo
e consapevole nei confronti dei film, e, parallelamente, ad assumersi la
responsabilità, di fronte ad immagini complesse, di chiedersi quali
fossero le intenzioni del regista. Anche in questo caso, tuttavia, il
panorama cinematografico rimaneva comunque variegato e certamente non
omologato o appiattito su pochi modelli. Con i successivi sviluppi
"post-moderni", a partire dagli anni '80 del secolo scorso, il cinema si
è ulteriormente evoluto verso forme espressive che rimettevano in causa
i classici generi, rifondandoli a volte in modi originali, riprendendo
temi e forme espressive del passato, con una consapevolezza più spinta
degli stessi "meccanismi cinematografici": questo ha comportato, in
linea generale, anche un diverso rapporto con gli spettatori, anch'essi
ormai più consapevoli di quello che il cinema ha saputo e sa tuttora
offrire, e quindi più disponibili ad interpretare le intenzioni dei
registi nella loro scelta e trattamento di contenuti (storie,
personaggi, eventi ...) e forme (stili, linguaggi ...) complessi e
spesso stratificati, oltre o sotto la superficie di immagini e suoni.
Sia Barry Lyndon (Stanley Kubrick, GB-USA 1975) che La storia di mia
moglie/A feleségem története (Ildikó Enyedi,
Ungheria-Germania-Francia-Italia 2021) sono suddivisi in "capitoli",
ciascuno con un titolo, come se l'intenzione del regista fosse di segnalare ai suoi
spettatori che, come in un libro, si sta narrando una storia, e che quindi
c'è da aspettarsi una scansione ben definita degli eventi.
La La Land (Damien Chazelle, USA 2016) rimanda in modo piuttosto
esplicito ai musical classici hollywoodiani degli anni '30 del secolo
scorso, come Voglio danzare con te/Shall we dance (Mark
Sandrich, USA 1937): si confronti la scena nel parco con Ryan Gosling ed
Emma Stone con quella (al minuto 1:10:25), sempre in un
parco, con Fred Astaire e Ginger Rogers. Questo tipo di rimandi viene
ovviamente avvertito (ed apprezzato)
solo dagli spettatori più "cinefili", e l'intenzione del regista verrà
dunque colta solo in parte.
4. Il "gioco" tra regista e pubblico
Questo invito a riconoscere la presenza del regista dietro le immagini,
a prestare attenzione a dei "segnali" o "indici" che il regista, più o
meno consapevolmente, ha disseminato durante il film, porta così gli
spettatori a ipotizzare quali stati mentali abbiano indotto il regista
stesso a
fare le scelte che ha fatto, che cosa voleva far capire e sentire al suo
pubblico, e con quali mezzi, cioè con quali utilizzi del linguaggio
cinematografico, è riuscito (o meno) nel suo intento. Naturalmente, non
tutti gli "indizi" o "segnali" lasciati dal regista hanno la stessa
visibilità: alcuni possono essere più espliciti e indicarci piste
interpretative abbastanza chiare, altri possono invece essere più
impliciti e suggerire significati in modo più indiretto. Lo stesso
regista può aver volutamente lasciato questi indizi, ma può anche averlo
fatto inconsapevolmente, come può capitare anche che non sia riuscito a
nasconderli ... Ciò implica che gli spettatori possono essere
coinvolti nel "decodificare" questi segnali a diversi livelli di
consapevolezza, da semplici sensazioni o impressioni a una riflessione
più meditata, fino all'analisi critica che sottopone il film ad un esame
più dettagliato ed approfondito. E, come abbiamo più volte sottolineato,
anche in questo caso risultano cruciali le differenze individuali: a
seconda delle proprie conoscenze ed esperienze pregresse, della
situazione, dell'umore, dell'"impegno" con cui ciascuno affronta la
visione di un film, ogni spettatore "lavora" a livelli diversi (di
consapevolezza, di profondità, di analisi ...) e giunge quindi a ipotesi
personali circa le intenzioni del regista nel realizzare un certo film
in un determinato modo.
Ribadiamo che questo processo tramite cui gli spettatori attribuiscono
al regista particolari intenzioni non ha nulla di automatico o di
meccanico: al contrario, come abbiamo sottolineato le differenze tra gli spettatori, così dobbiamo ricordare che anche i
registi differiscono tra loro, sia per quanto riguarda il loro stesso
livello di consapevolezza, sia per quanto riguarda la loro (implicita o
esplicita) volontà di stimolare i loro spettatori a una qualche forma di
riflessione sui loro film. Le reali intenzioni dei registi,
insomma, già di per sè non sempre chiaramente espresse, non devono
essere confuse con le ipotesi fatte dagli spettatori - e forse
proprio in questo continuo e inevitabile "gioco" tra regista e pubblico
sta uno degli aspetti più intriganti del cinema come ricca e complessa
forma di comunicazione.
5. Le diverse scelte da parte dei registi
"Ci sono due tipi di registi: quelli che tengono conto del pubblico
nel concepire e poi nel realizzare i loro film e quelli che non ne
tengono conto. Per i primi, il cinema è un'arte dello spettacolo, per i
secondi, un'avventura individuale." François Truffaut (Nota 1)
Truffaut sintetizza in questo modo le differenze tra i registi riguardo
alla loro relazione con i destinatari del loro lavoro, cioè gli
spettatori. Un regista può decidere di assecondare il più possibile
quelli che ritiene essere i gusti del pubblico a cui si rivolge, andando
incontro alle sue aspettative e creando un'opera che riduca al minimo le
ambiguità nell'interpretazione. Per fare questo ricorre ad un uso del
linguaggio cinematografico chiaro e trasparente, che sappia trasmettere
in modo fluido e coerente i significati (e le emozioni) connesse alla
storia e ai personaggi. Un modo per raggiungere questo scopo è quello di
aderire in modo più o meno radicale ad un genere cinematografico:
utilizzerà allora le forme e i contenuti "tipici" di, ad esempio, un
western o un horror, per consentire agli spettatori di utilizzare
appieno le loro conoscenze ed esperienze precedenti di questo genere di
film. All'estremo opposto, un regista di film "sperimentali" non si
propone in primo luogo di essere "comprensibile", nè tanto meno di
"piacere" necessariamente a tutti i suoi potenziali spettatori: la
preoccupazione di dialogare con il pubblico è secondaria rispetto al
desiderio di creare qualcosa di nuovo e di inaspettato, rendendo così la
realizzazione di un film, in primo luogo, un'"avventura individuale"
(come dice Truffaut) piuttosto che un'azione socialmente condivisa.
Naturalmente, tra questi due estremi opposti esistono tutti i tipi di
situazioni intermedie, cioè di registi che cercano di tenere assieme le
esigenze (anche e soprattutto commerciali) dello "spettacolo", da una
parte, e le proprie ambizioni estetiche e culturali, dall'altra - e
questo può anche portare alla realizzazione di film che al loro stesso
interno sembrano presentare entrambe queste posizioni. Truffaut, che
aveva così chiara questa distinzione di scelte registiche, considerava
senza alcun dubbio Hitchcock come un regista molto attento alle esigenze
e ai desideri del pubblico, ma, come abbiamo avuto occasione di nostrare
nel caso di La donna che visse due volte, Hitchcock stesso
amava inserire nei suoi film elementi che non tutti i suoi spettatori
avrebbero apprezzato, per non dire percepito o capito. In questo senso
Hitchcock, oltre che un regista molto popolare, è stato anche un
"autore", nel senso in cui Truffaut e tutti i suoi colleghi della
nouvelle vague francese degli anni '60 intendevano la figura del
regista, cioè un artista con un controllo pressochè totale della sua
opera, capace quindi di imprimere su di essa il suo marchio
inconfondibile, a prescindere dal riconoscimento e dall'apprezzamento da
parte del pubblico.
Ogni regista, pertanto, può decidere di rendere le sue intenzioni e le
sue scelte più o meno trasparenti e comprensibili da parte di tutti o di
alcuni suoi potenziali spettatori, riservandosi anche, se lo desidera,
di includere elementi che abbiano un significato e una risonanza emotiva
solo per se stesso (e che non necessariamente verranno resi
noti o spiegati al pubblico). E può darsi anche il caso che questi
elementi siano scelti perfino senza averne piena consapevolezza: di
fatto ogni regista attinge di continuo alle sue personali esperienze,
consce e inconsce, per realizzare il suo film, proprio come ogni
spettatore utilizza quello che abbiamo spesso chiamato "bagaglio"
personale di conoscenze ed esperienze per capire, interpretare e infine
appezzare (o meno) quello stesso film. Come Miguel Gomes, regista di
Tabou, ha avuto occasione di dire:
"Faccio tutte queste scelte sul set, non prima. Ma le
comprendo riguardando il film, non durante le riprese. Un po' di più al
momento del montaggio, ma non in maniera così razionale. Ho solo la
sensazione che sia giusto, che sia bene." (Nota 2)
Si riconferma così la natura soggettiva delle scelte e delle
intenzioni di un regista, che, anche nel momento in cui, tramite il suo
film, compie un atto comunicativo rivolto agli spettatori, può decidere,
con minore o maggiore consapevolezza, di rendere aspetti ed elementi del
film stesso comprensibili ed appezzabili da parte di tutti, da parte di
alcuni, e persino, in modo "gratuito", da parte di nessuno in
particolare. E questo riconferma anche che il "bagaglio" personale del
regista e quello di ciascuno dei suoi spettatori possono essere
condivisi, ma in modo graduale su un continuum che va dai
valori universali che tutti potenzialmente condividono alle più
personali idiosincrasie personali. Se, da un lato, si potrebbe
pretendere da un regista che il suo film possa essere capito grazie a
conoscenze ed esperienze condivise da tutti o da molti, dall'altro lato
non si può limitare la libera espressione creativa che fa a meno di
queste conoscenze ed esperienze. E sarebbe d'altronde auspicabile che
gli spettatori acquisiscano quante più conoscenze ed esperienze
possibile, perchè ciò aumenterebbe di molto la loro capacità di capire
ed apprezzare ogni film e più film diversi - dando loro magari la
possibilità di scoprire che un certo film è un "bel" film ...
6. I diversi "linguaggi" che parla il cinema
Strettamente correlata a questo discorso è la questione dei "linguaggi"
che un regista utilizza nel suo lavoro. Si è visto infatti che alcuni
degli elementi o aspetti di un film a volte meno "trasparenti", e di più
difficile (o meno agevole) comprensione, sono di natura visiva:
il motivo della "spirale", che in La donna che visse due volte
ricorre a più riprese, dai vortici dei titoli di testa all'acconciatura
della donna, dalle scale a spirale alla vertigini del protagonista, pur
essendo messo in scena più volte in modo esplicito, può non essere colto
dagli spettatori, per lo meno non nello stesso modo in cui essi
capiscono un dialogo tra i personaggi o un'immagine o un suono molto
familiari. Ciò rimanda alla natura stessa del cinema, che è uno
strumento multimediale che si avvale di linguaggi anche molto diversi
tra loro: da quello verbale a quello visivo e uditivo, con
un'interrelazione complessa tra i linguaggi stessi fornita dalla messa
in scena, da ciò che è visibile direttamente ("in campo") a ciò che
rimane invisibile anche se presupposto (il "fuori campo"), dai movimenti
della macchina da presa al montaggio, dall'uso degli effetti speciali
alla colonna sonora. Non tutti questi "linguaggi" sono immediatamente
comprensibili e interpretabili da parte del pubblico: in particolare, il
linguaggio verbale, che tende a definire con chiarezza i suoi contenuti,
è solo una parte dell'esperienza fornita da un film, che offre una gamma
di messaggi ben più vasta ed articolata. Così come è a volte difficile,
se non impossibile, tradurre un intero film in una descrizione puramente
verbale, ancora più difficile è usare questo stesso linguaggio per
descrivere le intenzioni del regista che ci sembra di aver
colto guardando un suo film. I limiti del linguaggio verbale, che tende
ad essere analitico, esplicito, persino "digitale", sono subito evidenti
di fronte alle immagini e ai suoni trasmessi da un film, che sono spesso
globali, impliciti, "analogici", e che rimandano spesso non a singoli
elementi ben identificati ma ad esperienze, ricordi, conoscenze,
nella mente dello spettatore. La visione di un film è un fatto
"esperienziale", che coinvolge, ben al di là dei canali sensoriali della
semplice "vista" e del semplice "udito", i nostri meccanismi cognitivi, affettivi
e motori più profondi, la nostra memoria, il nostro intero corpo che
viene sollecitato in tutta la sua ricchezza e complessità. Ed è proprio
grazie a questo complesso linguaggio esperienziale,
strettamente legato alla realtà che viviamo come alla realtà che ci
propone il film, che riusciamo a capire, interpretare ed apprezzare
elementi di un film che il solo uso del linguaggio verbale non
riuscirebbe a cogliere.
Certamente tutto ciò assume maggiore rilevanza di fronte a quei film che,
come abbiamo già discusso, includono il risultato
di scelte registiche meno immediatamente comprensibili da parte del
pubblico, o che per lo meno si prestano a più di una singola
interpetazione. Picnic ad Hanging Rock, ad esempio, potrebbe di
primo acchito essere considerato semplicemente (o soltanto) uno
thriller: si narra infatti di un'escursione in un luogo desertico da
parte di alcune ragazze di un istituto femminile nell'Australia del
primo Novecento, escursione durante la quale alcune di esse si
arrampicano sulle rocce, facendo perdere completamente le loro tracce.
Come thriller il film "funziona", anche se il mistero di questa
avventura non
viene affatto svelato (cosa che alcuni spettatori riterrebbero grave per
questo genere cinematografico). Ma la visione del film va ben oltre gli
eventi legati alla vicenda, che sono tutto sommato piuttosto scarni, ed
anche lo spettatore meno avvertito si accorge che le numerose immagini
della natura e del rapporto che le ragazze sembrano avere con questi
luoghi affascinanti quanto inquietanti sembrano "voler dire" molto di
più - o, in altri termini, che le intenzioni del regista vanno
ben al dà del semplice racconto di una sparizione. Ma, se questo
"racconto" può anche essere descritto in modo analitico con il
linguaggio verbale, altra cosa è riuscire a identificare il
messaggio trasmesso dalla ricchezza e dall'ambiguità delle immagini
(peraltro strettamente integrate al "racconto" stesso). Capiamo che
queste immagini chiamano in causa la nostra esperienza sensoriale ed
esperienziale, di esseri umani prima ancora che di spettatori, che siamo
chiamati a dare un senso a ciò che vediamo, ma anche a capire le
emozioni che contestualmente percepiamo.
Picnic ad Hanging Rock/Picnic at Hanging Rock (Peter Weir,
Australia 1975)
Le immagini delle ragazze che salgono verso la cima della roccia si
alternano alle immagini del paesaggio, al contempo affascinante e
minaccioso. L'insistenza del regista su questa natura a volte perfino
antropomorfica insinua un senso di mistero ma anche di "horror" quasi
metafisico. Percepiamo come spettatori queste sottili sensazioni di
attrazione verso un ignoto attraente quanto inquietante ...
Ad un certo punto le ragazze si sdraiano in una radura e si
addormentano. Di nuovo la natura si impone, con l'immagine di un piccolo
serpente che striscia accanto ai corpi delle ragazze. L'immagine
dell'accompagnatrice, che guarda in alto, verso la cima della roccia (al
minuto 00:39), è accostata subito con l'immagine di un
testo di geometria: qual è la funzione di questo rapidissimo
accostamento? L'istitutrice sembra interpretare la sua visione della
roccia con il ricorso ad un'immagine scientifica ... mentre subito dopo
tre delle quattro ragazze, risvegliatesi, riprendono la salita, quasi
"in trance". La quarta ragazza, spaventata, scende ed il suo urlo
terrorizzato riempie il silenzio del luogo. Uno spettatore più avvertito
potrà intuire che il regista ha voluto rappresentare un tema a lui caro
(e che riprenderà, a livelli diversi, nei suoi film successivi): "il
conflitto irrisolvibile tra cultura (razionale, perbenista, opprimente)
e natura (irrazionale, vitalistica, liberatoria)" (Nota 3)
Un film come Picnic ad Hangin Rock si presta dunque a molte
"piste interpretative" e solleva al contempo molte domande, a diversi
livelli di complessità. Se è uno thriller, perchè non ci viene fornita
la soluzione dell'intrigo? Che funzione hanno le immagini della natura,
continuamente (quasi ossessivamente) esibite? Sono solo un modo di
mostrarci dei bei panorami naturali? Ma in questo caso, perchè sono così
numerose ed incisive? Ha un significato particolare la scelta di
ambientare il film nell'Australia degli inizi del Novecento, in un
periodo ancora segnato dal colonialismo? E, se conosciamo i successivi
film del regista, come ad esempio L'attimo fuggente (un
melodramma su un carismatico professore e sui suoi alunni) o Green
Card - Matrimonio di convenienza (una commedia "romantica" a lieto
fine) come interpretare Picnic ad Hanging Rock alla luce dei
motivi ricorrenti nella sua filmografia? Tutte domande
legittime, che non tutti gli spettatori si pongono naturalmente, ma che
danno l'idea dei numerosi modi in cui è possibile "interrogare" un film
e delle tante risposte possibili - risposte che forse costituiscono
altrettanti buoni motivi per giudicare un film come un "bel" film ...
7. Tra analogie e metafore
I linguaggi che il cinema utilizza, non solo per narrare storie e
descrivere personaggi ed ambienti, ma anche per suggerire significati e
stimolare emozioni, possono dunque passare attraverso il
trattamento più o meno sofisticato di immagini e suoni, che per loro
stessa natura sono evocativi, ossia possono far emergere negli
spettatori idee e stati d'animo diversificati, a seconda delle
predisposizioni e degli atteggiamenti, nonchè delle conoscenze ed
esperienze, con cui gli spettatori stessi si avvicinano alla visione di
un film. In tal modo le intenzioni del regista vengono
continuamente reinterpretate, fornite di senso e di valore.
L'utilizzo dei linguaggi cinematografici può però essere più o meno
diretto/indiretto e più o meno implicito/esplicito, il che comporta un
diverso impegno di percezione ed interpretazione da parte degli
spettatori. L'uso di analogie, ad esempio, attraverso cui
alcune immagini possono suggerirci il ricordo ed il confronto con altre
immagini immagazzinate nella nostra memoria, può essere più o meno
agevole, a seconda dell'immediatezza delle immagini e, naturalmente,
delle conoscenze che deve attivare lo spettatore. Il cinema
(post)moderno utilizza spesso rimandi più o meno espliciti ad altri
film: ad esempio, il cinema di Quentin Tarantino è infarcito di
"ricordi" di film, che il regista (incallito cinefilo) riutilizza e in
un certo senso "ricrea", spesso con intenti satirici: un film "di guerra" come Inglorious
bastards o un film western "revisionista" come Django unchained
contengono una varietà di elementi (soprattutto formali, stilistici) che
rimandano a film italiani degli anni '60 e '70 appartenenti agli stessi
generi cinematografici (Django unchained è un omaggio diretto
al film Django del 1966 diretto da Segio Corbucci). Non è certo indispensabile conoscere questi
"rimandi" per apprezzare i film di Tarantino, ma certamente lo
spettatore più accorto avrà una possibilità in più di godimento.
Bastardi senza gloria/Inglorious basterds (Quentin Tarantino,
USA-Germania 2009)
Django unchained (Quentin Tarantino, USA 2012)
Anche l'uso delle metafore, attraverso cui due scene vengono
messe in relazione tra di loro per stimolare un confronto ed arricchirne
così la comprensione e l'interpretazione, può essere più o meno diretto
ed esplicito. Se le due scene vengono accostate tramite il montaggio,
l'effetto può essere colto abbastanza agevolmente anche da spettatori
non particolarmente sensibili ed avvertiti. Quando Fritz Lang in
Fury accosta l'immagine di un gruppo di donne con quella di un
pollaio, viene subito sottolineato il peso dei pettegolezzi e dei
chiacchiericci; e quando Charlie Chaplin in Tempi moderni
accosta l'immagine degli operai che escono dalla fabbrica con quella di
un gregge di pecore, risulta evidente il messaggio dell'alienazione e
della passività cui sono ridotti gli operai stessi (specialmente se si
mettono in relazione queste immagini con la sarcastica didascalia che le
precede: "'Tempi moderni.' Una storia di industriosità, di
intraprendenza individuale. L'umanità in crociata alla ricerca della
felicità".
Furia/Fury (Fritz Lang, USA 1936)
Tempi moderni/Modern times (Charlie Chaplin, USA 1936)
Si tratta di un
procedimento che non è esente da possibili critiche (ad esempio, per chi
ritiene che in tal modo sia fin troppo evidente la "mano" del regista, o
che ne vada di mezzo il "realismo" delle scene), ma che anche in tempi
più recenti registi/autori come Woody Allen non hanno esitato ad
utilizzare: in Crimini e misfatti, l'immagine del rivale del
protagonista viene accostata a immagini di Mussolini e di un asino ...
Crimini e misfatti/Crimes and Misdemeanors (Woody Allen, USA
1989)
Altre volte la metafora può essere più sottile e coinvolgere non una
singola scena o sequenza ma un intero film. The artist, ad
esempio, racconta una vicenda di due star hollywoodiane in un momento
cruciale per il cinema, il passaggio dal muto al sonoro verso la fine
degli anni '20 del secolo scorso. Ma il film realizza questa
"rievocazione" in modo radicale quanto sorprendente: il film, infatti, è
muto e rispetta alla lettera tutte le convenzioni tipiche di quei primi
decenni di storia del cinema: è girato in un formato "quadrato", in
bianco e nero e con le didascalie inserite per spiegare i dialoghi. La
storia punta molto (come aveva fatto, su tutt'altro registro,
Cantando sotto la pioggia) sul passaggio, per molti attori
drammatico, tra il muto e il sonoro, con il protagonista che si ostina a
voler produrre un film muto quando ormai questo tipo di cinema sta peer
esaurirsi, e, al contrario, la ballerina all'inizio della carriera e per
questo proiettata verso il futuro. Ma il regista non punta tanto sugli
eventi e sui personaggi quanto sul ritratto di un contesto al tramonto,
descritto con nostalgia e affetto. E gli spettatori vengono coinvolti in
questa operazione, che può essere letta come una metafora del declino di
un mondo che suscita anche in loro emozioni di nostalgia e quasi di
rimpianto: come se la nostalgia per un passato lontano trovasse
corrispondenza nella nostalgia che tutti noi (o almeno, molti di noi)
hanno provato in situazioni almeno in parte simili. Un passato sullo
schermo, dunque, che parla al presente del pubblico. Ed il
regista sembra giocare con le sfide che un simile progetto di film gli
pone continuamente, nel tentativo di riuscire a girare, nel 2011, un
film senza parole. Ancora una volta, le intenzioni (e le emozioni) del
regista possono così rispecchiarsi in quelle dei suoi spettatori,
chiamati a condividere con lui questa avventura - e l'esperienza
di questo film (della realizzazione per il regista, della visione
per il pubblico) trascende la storia narrata per assumere un valore più
universale. Come ha ben scritto Pignocchi, sia pure a proposito di un altro film
(il già citato Tabou)(Nota 4):
"Non si tratta per il regista di imporsi artificialmente delle
limitazioni tecniche, ma di ricreare alcune delle sensazioni che possono
procurare i film muti allo spettatore d'oggi. In primo luogo, possono
indurre a riflettere sulle virtù dell'economia: senza dialoghi, tutte le
nostre facoltà di attenzione si concentrano sulle espressioni facciali,
sugli sguardi e su tutti quegli elementi corporei che, più delle parole,
sono legati alle emozioni ... In un film muto, siamo più ricettivi al
modo in cui la musica dialoga con il racconto e, quando il suono
aderisce in modo preciso all'immagine, abbiamo quasi l'impressione di un
miracolo ..."
The artist (Michel Hazanavicius, Francia 2011)
8. Conclusione: l'analisi nuoce all'"immersione" in un "bel"
film?
Qualcuno potrebbe obiettare che il riflettere su un film, o
analizzarlo in minore o maggiore dettaglio, finisca per danneggiare
la nostra immersione nella storia narrata e nelle vicende dei
personaggi, danneggiando il nostro coinvolgimento emotivo e finendo col
condizionare il nostro apprezzamento e il nostro giudizio finale sul
film. In realtà si potrebbe rispondere a questa obiezione affermando che
analisi e immersione non sono poi due procedimenti così separati e quasi
contrastanti. Abbiamo visto che diventare più consapevoli di aspetti ed
elementi di un film magari non così evidenti a prima vista può rendere
la nostra esperienza di visione più ricca, e di fatto più coinvolgente.
L'analisi e la riflessione possono poi servire a rendere più esplicite e
comprensibili le ragioni del nostro interesse e del nostro
coinvolgimento - e ciò non solo durante la visione ma anche
a posteriori, quando magari ci capita o decidiamo di rivedere tutto
o parte di un film.
Infine, la riflessione critica, o, più semplicemente, il diventare più
consapevoli di aspetti, elementi o motivi di un film, può assumere varie
forme ed essere condotta a vari livelli di dettaglio e profondità. Non
tutti potranno o vorranno condurre un'analisi critica, ma a tutti può
capitare, a seconda anche dei contesti e della situazione in cui
guardiamo un film, di farci delle domande su quello che il film (e il
suo regista) intendono farci capire e sentire, ed anche, a volte, di
chiederci come ha fatto il regista a sollecitare queste stesse
nostre domande, con quali mezzi e attraverso quali usi del linguaggio
cinematografico.
Rimane alla fine un punto fermo, che è quello con cui abbiamo iniziato
questo nostro lavoro: non tutti vorranno fare lo sforzo di riflettere su
un film, ma a tutti deve essere lasciata la libertà di farlo. Il
concetto di "bel film" rimane sfuggente e aleatorio, ma se alla domanda
impossibile di "che cos'è un bel film" non possiamo fornire una risposta
assoluta, possiamo però pur sempre chiederci che cosa ci spinge a
considerarlo tale ... anche per ribadire il diritto inalienabile di ogni
spettatore al proprio gusto e a trarre da un film il
proprio piacere personale.
Note
1. Truffaut F. 1975. Les films de ma vie,
Flammarion, p. 104. Citato in Pignocchi A. 2015. Pourquoi aime-t-on un film?
Quand les sciences cognitives discutent des gouts et des couleurs, Odile
Jacob, Paris, p. 191.
2. Citato in Pignocchi, op. cit., p. 263.
3. Il Mereghetti, Dizionario dei film. Baldini
e Castoldi, Milano.